“Eurovision 2026 visto da un DJ: luci, show e applausi per Sal Da Vinci”
Alla Wiener Stadthalle è andata in scena una finale dell’Eurovision Song Contest 2026 che, da dj e amante degli show televisivi, mi ha colpito quasi quanto la musica stessa.
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Antimo DJ
5/17/20262 min leggere
Alla Wiener Stadthalle è andata in scena una finale dell’Eurovision Song Contest 2026 che, da dj e amante degli show televisivi, mi ha colpito quasi quanto la musica stessa.
Perché ormai l’Eurovision non è solo canzoni: è scenografia, luci, effetti, regia, tempi perfetti, palco gigantesco e idee sempre nuove. Una macchina spettacolare che ogni anno incuriosisce anche chi vive la musica dietro una consolle.
La serata è partita tra alti e bassi.
La Danimarca con Søren Torpegaard Lund mi ha dato subito vibes da cartone animato anni ’80: “Før Vi Går Hjem” sembrava la sigla di Daitarn 3.
La Germania con Sarah Engels ha portato una “Fire” molto radiofonica e internazionale, mentre sul Belgio sinceramente poco da dire: “Dancing on the Ice” elegante sì, ma abbastanza “ni”.
Bocciate senza appello Albania e Grecia: brani che non mi hanno lasciato assolutamente nulla.
Molto meglio invece la Ucraina con “Ridnym”: cantata in maniera impeccabile, intensa e raffinata. Per me meritava tranquillamente un 7,5.
Una certezza anche l’Australia con Delta Goodrem: presenza scenica enorme e pezzo molto forte, anche se quel pianoforte palesemente finto mi ha fatto abbassare il voto finale a 7,5.
La Serbia invece? Non ci ho capito molto. Atmosfera cupa e pezzo difficile da seguire.
Tra le sorprese positive metto sicuramente Malta: “Bella” di Aidan fresca, allegra e con quella parte in italiano che funzionava davvero bene.
Pesante invece la Repubblica Ceca, mentre la Bulgaria con Dara ha iniziato a far capire che poteva succedere qualcosa di grosso. “Bangaranga” era simpatica, ritmata e soprattutto accompagnata da una coreografia fortissima.
Curiosa la Croazia: “Andromeda” mi sembrava quasi un canto gregoriano moderno.
E poi il delirio totale del Regno Unito: “Eins, zwei, drei” dei Look Mum No Computer è il classico tormentone assurdo che solo gli inglesi possono portare all’Eurovision. Caotico, folle… ma resta in testa.
La Francia ha portato qualità vocale enorme con Monroe, però “Regarde!” mi è sembrata troppo una copia del mood di “Voilà”. Bellissima da ascoltare, ma già sentita. E ogni tanto tornava inevitabilmente il paragone con gli storici Måneskin.
Molto divertente invece la Moldavia con “Viva, Moldova!”, uno di quei pezzi che ti entrano subito in testa.
Bella anche la Finlandia, grazie soprattutto al violino spettacolare di Linda Lampenius.
Voce clamorosa per la Polonia: ALICJA ha probabilmente regalato una delle migliori performance vocali della serata.
La Lituania invece per me no, no, no, no.
La Svezia ha fatto la Svezia: elettronica pulita, moderna, precisa.
Cipro invece mi è sembrata troppo una versione “discount” di Shakira.
E poi è arrivata l’Italia.
Sal Da Vinci con “Per Sempre Sì”.
Che devo dire? Io sono di parte. Si gruoss.
L’Italia è salita sul palco dopo Cipro e prima della Norvegia, trovando una Wiener Stadthalle caldissima. E l’applauso finale fortissimo di tutta l’arena si è sentito eccome.
Carisma, esperienza, eleganza napoletana e una performance fatta col cuore.
Il quinto posto finale? Per me meritava qualcosa in più.
Nel finale sono passati anche la Romania, con qualche vibrazione rock alla “Zitti e buoni”, e l’Austria padrona di casa, raffinata ma poco memorabile.
Alla fine però la storia l’ha scritta la Bulgaria.
Per la prima volta ha vinto l’Eurovision Song Contest, e bisogna dirlo: “Bangaranga” di Dara sul palco funzionava davvero.
Energia, ritmo, coreografia e una performance pensata perfettamente per la televisione moderna.
Da dj mi porto a casa soprattutto questo: oggi l’Eurovision è uno show totale.
Non basta più solo cantare bene. Servono identità, regia, presenza scenica, effetti, luci, telecamere e capacità di creare il momento.
E anche quest’anno, nel bene o nel male, lo spettacolo non è mancato.
foto di copertina - Rai Play